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Dalla A alla Å, Norvegia: istruzioni per l’uso – Colloquio con Camilla BonettiPer suggerire una correzione, fa l’accesso

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Buongiorno Camilla. Complimenti per il tuo nuovo libro Dalla A alla Å, Norvegia: istruzioni per l’uso.  Grazie per partecipare a questa intervista. Parliamo della cultura e di qualche teoria delle culture nazionali. Ci siamo incontrati a febbraio 2015 quando assistevi alla mia presentazione su come trovare successo in un mondo multiculturale, da Norway International Network a Oslo.

 

Abbiamo non solo questa intervista in italiano, ma anche un’altra con te in norvegese, e non sempre con le stesse domande.

 

Domande:

 

DIMITRIS Quando era il periodo che vivevi in Norvegia?

 

CAMILLA: Ho vissuto in Norvegia dal 2012 al 2015. Prima a Bergen, poi a Stavanger, infine a Oslo.

DIMITRIS Come hai scelto Bergen?

 

CAMILLA: Ho scelto Bergen perché è una città piuttosto turistica, oltre ad essere molto bella e interessante dal punto di vista culturale. Come molti stranieri quando sono arrivata in Norvegia credevo che l’inglese fosse sufficiente per vivere e lavorare. Ho capito presto che mi sbagliavo.

 

DIMITRIS Che metodi avevi per imparare norvegese?

 

CAMILLA Ho seguito i primi tre moduli (A1, A2, B1) alla Folkeuniversitetet di Bergen, alla fine del secondo corso ho trovato il mio primo lavoro in una Bakeri-Konditori, una negozio che vendeva pane e dolci. I clienti erano quasi tutti norvegesi: è stato un ottimo allenamento.

 

DIMITRIS Sempre fai qualcosa per mantenere il livello di norvegese? Stai sul livello B2, vero?

 

CAMILLA: Sì, stavo sul livello B2 e cerco di mantenerlo anche ora che, da qualche mese, sono tornata in Italia. Ho la fortuna di conoscere alcuni norvegesi, cerco di parlare con loro e di scrivere loro sempre in norvegese, così mi correggono quando sbaglio. Inoltre sono tornata in Norvegia nelle vacanze di Natale, 15 magnifici giorni a Tromsø ospite di una famiglia locale. Un ottimo allenamento!

 

DIMITRIS Prima di assistere alla mia presentazione in febbraio 2015, già conoscevi teorie di management interculturale come Geert Hofstede e Richard Lewis? (Sono delle teorie che conoscevo per la prima volta durante i miei studi del MBA.) Come ti ha aiutato la mia presentazione? (con la tua vita in Norvegia o i altri modi)

 

CAMILLA: No, non le conoscevo. E’ stato molto utile apprendere queste teorie, ho cercato di applicarle nella mia vita professionale. L’esperienza di lavoro al barnehage è stata molto utile non solo dal punto di vista dell’apprendimento linguistico, ma anche nell’aspetto umano. Ho collaborato con colleghi provenienti da culture e paesi diversi, uniti in quelle ore di lavoro dal tentativo di vivere “norsk”, alla norvegese. Grazie alle tua presentazione ho trovato nuovi modi di analizzare i comportamenti e nuove vie di comunicazione non solo verbale.

 

DIMITRIS Seconda me, le teorie di management interculturale ci aiutano solo fino a un certo punto. Abbiamo sempre altri fattori da considerare.

Per esempio, nel MBA corso management control, abbiamo parlato del potere della cultura di una impresa invece del potere della cultura nazionale. In questo caso un banco svedese, Svenska Handelsbanken, con il suo modello di management decentralizzato, ha superato la cultura nazionale in 25 paesi. A riuscito oppure in posti come la Cina e la India, dove secondo la ricerca di Geert Hofstede possono succedere problemi di potere-distanza che normalmente devono dare difficoltà a un modello decentralizzato come quello di Svenska Handelsbanken.

 

Nella mia presentazione in febbraio 2015, non ho menzionato la dinamica della cultura di una impresa. Pero come ho presentato, ci sono sempre altri fattori da considerare quando parliamo di come avere successo in un ambiente multiculturale, o in un ambiente fuori della nostra propria cultura. C’è per esempio da considerare la personalità individuale. Anche c’è la consapevolezza di sé che gioca un ruolo molto importante quando si tratta di interazione con altre culture.

 

Tu come hai trovato il successo durante il tuo soggiorno in Norvegia? Che aspetti della cultura erano difficili da superare? C’erano aspetti della cultura norvegese che non hai mai potuto superare? Che sono gli aspetti della cultura piemontese / italiana che erano in conflitto con la cultura norvegese, nella tua esperienza? Puoi dare degli esempi? Preferisci parlare al livello della cultura piemontese o della cultura italiana quando pensi alla tua esperienza con la Norvegia?

 

 

CAMILLA: Credo che, nella prima impressione, sia stata aiutata dall’aspetto fisico: sono alta, bionda e ho gli occhi chiari. Sembro scandinava, almeno finché non mi metto a parlare! Anche a livello caratteriale mi discosto molto dallo stereotipo italiano: ci metto un po’ a dare confidenza alle persone e apprezzo che i miei spazi vengano rispettati. Sono cresciuta tra le montagne per cui la vita all’aria aperta che piace tanto ai norvegesi era qualcosa che già conoscevo bene e anche il clima era molto simile a quello delle Alpi. Ho avuto qualche difficoltà a comprendere l’estrema educazione norvegese che si traduce, a volte, nel non dire mai apertamente ciò che si pensa. Inoltre, all’inizio apprezzavo la tendenza a fare “riunioni” per discutere ogni aspetto della vita lavorativa, ma quando siamo arrivati ad avere “riunioni” per decidere come fare le “riunioni” mi sono un po’ innervosita!

 

DIMITRIS Scrivi il blog norvegiani.wordpress.com. Dici che da piccola sempre volevi sapere che cosa c’erano al di là della tua Valsesia, dove sei cresciuta. Fuori dell’Italia e Norvegia, qual è il terzo paese dove ha passato molto tempo? Quanto tempo ci hai passato?

 

CAMILLA: Alla fine delle scuole superiori sono stata in Sudafrica. Ho parenti che vivono là, è stato meraviglioso volare fin laggiù da sola. La natura mi ha lasciato senza fiato: gli animali della savana, le scogliere sull’Atlantico e le spiagge bianche sull’Oceano Indiano, le montagne. Gli spazi immensi mi hanno conquistata. Durante gli anni dell’università ho vissuto per un periodo in Cina, volevo imparare il cinese ma, prima di buttarmi negli ideogrammi, ho pensato di sperimentare quella realtà. E’ stata un’esperienza molto interessante, non mi sono mai sentita tanto lontana da casa, da quello che credevo essere il mondo e invece era solo il mio mondo. Ho girato parecchio l’Europa, ora sogno di vedere l’Islanda e di tornare in Portogallo.

 

DIMITRIS Per te, quale è la connessione della lingua e la cultura?

 

CAMILLA: La lingua e cultura sono unite da un legame inscindibile, sono una il risultato dell’altra. Credo che cultura italiana non avrebbe potuto svilupparsi nella sua ricchezza e diversità in un’altra lingua e la lingua italiana si è declinata in mille sinonimi e sfumature grazie al quadro culturale in cui è nata.

 

DIMITRIS Parli Piemontese?   Adesso vivi a Perugia, vero? Beppe Severgnini ha scritto che il dialetto e una cosa che li manca molto quando sta in un altro posto d’Italia fuori della zona del suo dialetto lombardo. Come ti senti con la tua relazione con il piemontese adesso che stai a Perugia?

 

CAMILLA: Il dialetto è una caratteristica italiana che si sta perdendo. I nonni parlavano dialetto, ma i nostri genitori se ne vergognavano e lo usavano molto meno, soprattutto, non lo hanno insegnato ai figli. Io ho ascoltato, registrato e appreso dai nonni quello che so. Mi piace pensare che un domani lo trasmetterò ai miei figli. La mia parola preferita in dialetto piemontese è puffia, polvere. Ora che vivo a Perugia cerco di imparare alcuni modi di dire locali, perché i dialetti, come i prodotti tipici, sono buoni nella loro realtà: non avrebbe senso parlare piemontese tra le mura etrusche!

 

 

DIMITRIS Hai visitato le zone di Piemonte (Savoia e Nizza) che sono state annesse della Francia con Il Trattato di Torino? Puoi comunicare in piemontese con qualche persone lì? Che pensi della relazione piemontese tra la frontiere francese-italiana. C’è un forte spirito piemontese tra tutti i due latti della frontiere o pensi che sono piuttosto divisi che tanto che di un lato sono francesi e del altro lato sono italiani e basta.

 

CAMILLA: Sono zone che conosco poco. Il Piemonte è una regione abbastanza vasta e io mi trovo proprio dal lato opposto. Il loro dialetto è molto più simile al francese del nostro, che invece è influenzato dal lombardo e, nel caso dei comuni a ridosso del Monte Rosa, dal Walser (dialetto svizzero-tedesco). Da quello che so le relazioni tra i due lati della frontiera sono sempre state tiepide, i liguri si sentono italiani e la Costa Azzurra è francese. La questione dei migranti ha creato forti tensioni tra le parti negli ultimi mesi.

 

DIMITRIS Siamo tutti due laureati con un master diploma simile. Tu ne hai uno in Global Studies ed io ne ho uno in International Studies. Nel mio caso, questi studi erano basati molto sulla teoria politica e l’equilibrio di potere tra gli stati e le organizzazioni internazionali e regionali.   Le relazioni tra stati nazionali era una messa a fuoco degli studi. Abbiamo parlato anche dell’impatto di aspetti culturali, economici, sociali e storici nel sviluppo dello stato e nelle relazioni tra gli stati, ma di meno. Come puoi descrivere la tua esperienza con Global Studies? Quale aspetto degli studi ti è piaciuto di più?

 

CAMILLA: Direi che tra i nostri corsi di laurea c’è molta somiglianza, cambia solo la dicitura International e Global. Ciò che ho apprezzato molto del mio corso di studio è il tentativo di allargare lo spettro di analisi oltre i confini europei: abbiamo potuto scegliere di approfondire la storia, l’economia e diritto dell’Asia, del Medio Oriente e del Sud America. E’ stato davvero molto interessante e credo che la mia carriera attuale, in apparenza lontana dall’ambito di studio, mi porti a sfruttare molto le competenze acquisite a Global Studies. Non potrei scrivere con la stessa facilità senza quel bagaglio culturale.

 

DIMITRIS Hai altri osservazioni della tua esperienza in Norvegia che vuoi condividere con i lettori?

 

CAMILLA L’ultima cosa che vorrei dire ai lettori è un consiglio che può suonare banale, ma non lo è: cercate di esplorare il mondo più che potete, siate attenti osservatori, non limitatevi alla prima impressione. La Norvegia mi ha insegnato questo: ad avere la pazienza necessaria per capire ed apprezzare davvero una realtà diversa dalla mia.

 

DIMITRIS Grazie mille.

 

CAMILLA. Grazie a te!

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